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mons. Roberto Brunelli Riflettendo sulla famiglia di Nazaret

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Scritto da Alessandra

Prima domenica dopo il Natale: la liturgia continua a celebrare il grande evento, ricordando il nucleo familiare in cui il Figlio di Dio si è fatto uomo. Sulla famiglia composta da lui, da sua Madre e da Giuseppe quest'anno si legge il passo (Luca 2,22-40)

relativo al compimento delle pratiche religiose allora prescritte per la nascita dei primogeniti maschi, vale a dire la loro presentazione al tempio. L'atto costituiva il formale riconoscimento che il primogenito apparteneva a Dio, ed era accompagnato dall'offerta di due tortore o giovani colombi, da sacrificare per la purificazione della madre.
Due tortore, o l'equivalente, era l'offerta minima prevista, quella dei poveri: e basta questo particolare per dire quale fosse la condizione sociale di quella famiglia. E' poi da notare come nel caso della famiglia di Nazaret il rito fosse innotivato (quel primogenito era già di Dio: era Dio stesso; né Maria aveva nulla di cui purificarsi); compiendolo, Maria e Giuseppe hanno inteso dimostrare la loro piena appartenenza al loro popolo anche nell'esemplare adempimento dei doveri religiosi.
Ma la parte maggiore e imprevista dell'episodio è data dall'incontro, durante il rito nel tempio, con un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele? e con una donna molto anziana, Anna, la quale da quando era rimasta vedova non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Prima l'uno e poi l'altra levano lodi a Dio, perché riconoscono nel bambino il Cristo, cioè il Messia annunciato dai profeti come il riscattatore, il liberatore, il redentore, il salvatore.
Molto significative in proposito sono le parole di Simeone, il quale delinea il futuro del bambino. In un commovente cantico che i sacerdoti (e quanti altri pregano con la Liturgia delle Ore, cioè il breviario) ripetono a conclusione di ogni giornata, quell'uomo giusto e pio proclama Gesù gloria del suo popolo, e nel contempo riconosce che egli è venuto a portare la salvezza anche agli altri popoli, a tutti, superando l'ottica ristretta di quanti pensavano a Dio come esclusivo di Israele.
Subito dopo però, parlando a Maria, Simeone pronuncia parole inquietanti, che si direbbe non appropriate alla circostanza: quel bambino è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. Il senso è chiaro, alla luce delle successive vicende che ci sono ben note: già dalla persecuzione di Erode con la conseguente fuga in Egitto, e poi via via durante la vita pubblica sino alla sua conclusione, insieme tragica e gloriosa, Gesù ha portato il suo popolo a prendere posizione pro o contro di lui. Di tali vicende, e in particolare delle sofferenze che avrebbero comportato al Figlio, sua Madre sarebbe stata pienamente partecipe: anche questo preannunciò Simeone, dicendole: E anche a te una spada trafiggerà l'anima.
Ma parlando di Maria, il pensiero corre a domani, che si festeggia in chiesa non perché è capodanno ma perché ricorre la maggiore delle feste dedicate nel corso dell'anno appunto a lei. Domani si celebra Maria in quanto Madre di Dio; si ricorda cioè il suo fondamentale titolo di gloria. Tutti gli altri dipendono da questo; ad esempio, Maria è l'Immacolata: Dio l'ha preservata dal peccato originale in vista della sua divina maternità; Maria è l'Assunta: quel corpo che ha generato il Figlio di Dio, Dio l'ha voluto subito glorificare.
Domani è la solennità di Maria Madre di Dio. Ma nulla vieta che, essendo anche il primo giorno dell'anno, ci si scambino gli auguri (cioè si dichiari a quelli cui li rivolgiamo che desideriamo per loro ogni bene). Chi scrive queste righe li rivolge a tutti i lettori.

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